Ricerca Lavoro

Logo facilelavoro
Che lavoro cerchi?
Dove?

Italiani, lavoro e senso civico

Leggo dalle News di stamattina:
donna si suicida dalla torre di Pisa…scavalca una balconata di due metri e si butta
Roma: prostitute marchiate a fuoco ridotte in schiavitù
eccetera eccetera….
Dire che sono notizie allucinanti è superfluo…mamma mia, siamo nel 2012..la mia mente ritorna a quando, ragazza,pernsavo a come
sarebbe stato il 2000..ero orgogliosa di pensare al fatto che il destino mi aveva consegnato proprio a questi futuri meravigliosi
anni
Si, va bene, il film  2001 odissea nello spazio terminava con una parabola che, all’epoca, era ritenuta dai più -me inclusa -
impossibile: il ritorno all’età della pietra, al silenzio..
Oggi, nel 2012, oltre a dichiarare la mia più profonda delusione, leggere queste notizie  non solo mi sgomenta, ma mi fa proprio
“rabbia”. Ma possibile che non ci fosse nessuno sulla Torre di Pisa?? Ma possibile che nessuno si sia accorto di strani movimenti
a Roma? Le donne non sono “senza materia”..e caspita, si vedono!
Sono più colpevoli le persone che detengono delle ragazze per il lavoro più antico del mondo (non voglio fare la moralista: se
una donna o un uomo scegli di sua spontanea volontà di fare questo, sono affari e scelte sue..ma la schiavitù no) o le persone
che magari hanno visto dei movimenti sospetti e non hanno denunciato il fatto?
Hai ben da lamentarti dell’Italia e del Governo: cari italiani, ma non è forse arrivato il momento di darsi una mossa? Res
Publica, cosa pubblica, cosa di tutti, anche mia, anche tua. Non c’è bisogno di gesti eroici, ma di quotidianità.
E la stessa cosa vale per il lavoro: ci sono tante offerte di lavoro che vengono scartate a priori dai più;
al termine di lunghe selezioni sovente i candidati non si decidono a lasciare la mobilità per un nuovo lavoro. Anche per chi
seleziona, crisi a parte, scatta spontanea la domanda…”ma ci si è in crisi o ci si fa”??
povera ItaliaLeggo dalle News di stamattina:
donna si suicida dalla torre di Pisa…scavalca una balconata di due metri e si butta
Roma: prostitute marchiate a fuoco ridotte in schiavitù
eccetera eccetera….
Dire che sono notizie allucinanti è superfluo…mamma mia, siamo nel 2012..la mia mente ritorna a quando, ragazza, pernsavo a come
sarebbe stato il 2000..ero orgogliosa pensando a  che il destino mi aveva consegnato proprio a questi futuri meravigliosi anni!
Si, va bene, il film  2001 odissea nello spazio terminava con una parabola che, all’epoca, era ritenuta dai più -me inclusa - impossibile: il ritorno all’età della pietra, al silenzio..figuriamoci!!!
Oggi, nel 2012, oltre a dichiarare la mia più profonda delusione, leggere queste notizie  non solo mi sgomenta, ma mi fa proprio ”rabbia”.
Ma possibile che non ci fosse nessuno sulla Torre di Pisa mentre questa poveretta si buttava giù??
Ma possibile che nessuno si sia accorto di strani movimenti a Roma? Le donne non sono trasparenti.. caspita, si vedono!
Sono più colpevoli le persone che detengono delle ragazze per il lavoro più antico del mondo (non voglio fare la moralista: se una donna o un uomo sceglie di sua spontanea volontà di fare questo, sono affari e scelte sue..ma la schiavitù quella non è una scelta libera) o le persone
che magari hanno visto dei movimenti sospetti e non hanno denunciato il fatto?

Hai ben da lamentarti dell’Italia e del Governo: cari italiani, non è forse arrivato il momento di darsi una mossa? Res Publica, cosa pubblica, cosa di tutti, anche mia, anche tua.
Non c’è bisogno di gesti eroici, ma di quotidianità.

E la stessa cosa vale per il lavoro: ci sono tante offerte di lavoro che vengono scartate a priori dai più; al termine di lunghe selezioni sovente i candidati non si decidono a lasciare la mobilità per un nuovo lavoro. Anche per chi seleziona, crisi a parte, scatta spontanea la domanda…”ma ci si è in crisi o ci si fa”?? Ma queste cose si sentono dire ben poco: le notizie sono ormai solo strumenti per fare politica. La verità è un’altra storia..
Share

Lavoro: colletti bianchi e tute blu

Colletti bianchi e tute blu
Sarà forse un male tutto italiano ma, dal rapporto Unioncamere 2011emerge un dato di questi tempi a dir poco sorprendente: le aziende non trovano il personale necessario!
Sono circa 120.000 le proposte di lavoro rimaste senza risposta, da suddividere tra operai dal diverso profilo e tecnici, oltre a operatori nei servizi e personale commerciale.
Mancano, o non rispondono all’appello, falegnami, carpentieri, tornitori, fresatori, muratori, ma anche cuochi, idraulici, montatori, addetti alle pulizie, termotecnici, operai tessili, edìli e agricoli.  Non si trovano facilmente progettisti, analisti e programmatori, addetti reception, autisti, commessi, fornai e pasticceri.
Secondo i dati forniti dallo stesso rapporto i giovani italiani sono i meno interessati ai lavori manuali tra i pari età dell’intera area OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), tanto da costringere le aziende a ricorrere alla mano d’opera straniera, ancorchè insufficiente a colmare le esigenze occupazionali.
La domanda (direbbe qualcuno) sorge spontanea: perché questo disinteresse per i vecchi mestieri artigiani, anche alla luce della sempre più grave crisi occupazionale giovanile?
Oggi e non da oggi solamente, i genitori preferiscono per i figli una carriera scolastica  liceale prima e da professione intellettuale poi; un futuro da avvocato, medico, ingegnere, quantomeno da scrivania (meglio se in pubblici uffici), che assicuri buona visibilità e altrettanto buono status sociale, con garanzia di posto fisso e retribuzione sicura al 27 del mese.
Il tutto a discapito di una formazione da istituto professionale o tecnico a sbocco ritenuto dequalificato, magari da mani sporche e schiena piegata, un ripiego professionale e sociale di non certo lusinghiera reputazione.
Eppure, a ben guardare e osservare la situazione lavorativa del nostro paese ci si accorge senza particolare difficoltà che i giovani (non più giovani), ancora alle prese con rognosissimi esami di procedura civile, di statistica o macroeconomia, finiscono per abbandonare gli studi, laurearsi troppo tardi o invecchiare “fuori corso”, alle spalle di genitori sempre più in difficoltà finanziaria, con il rischio incombente di una preoccupante disoccupazione all’orizzonte.
C’è da dire, peraltro, che la scuola italiana (istituti professionali in testa) non prepara adeguatamente i ragazzi all’impatto con il mondo del lavoro: troppa teoria, poca pratica, pochissimi contatti e affiancamenti con le imprese, ciò che rende inutilizzabili le nuove forze in ingresso per manifesta inadeguatezza alle mansioni richieste. Metodologie e strumenti obsoleti di insegnamento contribuiscono ad alimentare lo scollamento consolidatosi tra la scuola e il mercato, più che mai alla ricerca spasmodica di gente capace, addestrata, in grado di sostenere le sfide del cambiamento continuo nei processi di qualità di prodotto.
E proprio qui si gioca la partita vera.
L’Italia del boom economico anni ’60 aveva stupito il mondo per le sue creazioni artigianali in campo meccanico, tessile, dell’arredamento, grazie soprattutto all’apporto di mani sapienti, che ancora oggi tutti ricordano come elemento di distinzione.
Certo riproporsi in chiave attuale non è facile a causa della concorrenza globale di paesi ad alto tasso di crescita e basso costo del lavoro, “affamati” di ricchezza  e prosperità che nella benestante Europa e raffinatissima Italia vengono considerate definitivamente acquisite. Oggi non è più così.
Tutt’altro, occorre proprio oggi produrre un nuovo sforzo nel progettare quella ripartenza che crei sviluppo e rinnovata ammirazione dei mercati, con tutte le componenti attive volte a convergere sull’obiettivo: scuola, imprese, banche.
In una parola, lo Stato.
Sempre più spesso ci si richiama ai valori della Costituzione, come fondanti e imprescindibili, nella direzione di un nuovo rinascimento: benissimo, tutti d’accordo, ma al bando tavole rotonde da vecchia politica o peggio trasmissioni televisive con sederi e veline protagonisti, false e decadenti rappresentazioni di un paese ormai allo sfascio: l’Italia così com’è non ce la fa più.
Che l’orgoglio prenda in mano la situazione e guidi la riscossa, dunque, a cominciare dalla ristabilita dignità di un lavoro da giardiniere, badante, autista, coltivatore! Ognuno a fare la propria parte e riaffermare quell’eccellenza tanto faticosamente guadagnata nel dopoguerra e negli anni del boom economico.
Il paese ha bisogno di tute blu (non c’è alternativa), qualificate, desiderose di affermazione personale e pronte a superare qualsiasi forma di pregiudizio sociale.
Di colletti bianchi ci sarà bisogno in seguito, come logica conseguenza della creazione di nuove imprese, di nuovi imprenditori e delle loro idee innovative.
Questo sapevamo fare e questo dobbiamo riprenderci.
L’Italia vera ha uomini e risorse per farcela!
tute bluSarà forse un male tutto italiano ma, dal rapporto Unioncamere 2011 emerge un dato di questi tempi a dir poco sorprendente: le aziende non trovano il personale necessario!
Sono circa 120.000 le proposte di lavoro rimaste senza risposta, da suddividere tra operai dal diverso profilo e tecnici, oltre a operatori nei servizi e personale commerciale.
Mancano, o non rispondono all’appello, falegnami, carpentieri, tornitori, fresatori, muratori, ma anche cuochi, idraulici, montatori, addetti alle pulizie, termotecnici, operai tessili, edìli e agricoli.
Non si trovano facilmente progettisti, analisti e programmatori, addetti reception, autisti, commessi, fornai e pasticceri.
Secondo i dati forniti dallo stesso rapporto i giovani italiani sono i meno interessati ai lavori manuali tra i pari età dell’intera area OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), tanto da costringere le aziende a ricorrere alla mano d’opera straniera, ancorchè insufficiente a colmare le esigenze occupazionali.
La domanda (direbbe qualcuno) sorge spontanea: perché questo disinteresse per i vecchi mestieri artigiani, anche alla luce della sempre più grave crisi occupazionale giovanile?

Oggi e non da oggi solamente, i genitori preferiscono per i figli una carriera scolastica liceale prima e da professione intellettuale poi; un futuro da avvocato, medico, ingegnere, quantomeno da scrivania (meglio se in pubblici uffici), che assicuri buona visibilità e altrettanto buono status sociale, con garanzia di posto fisso e retribuzione sicura al 27 del mese.
Il tutto a discapito di una formazione da istituto professionale o tecnico a sbocco ritenuto dequalificato, magari da mani sporche e schiena piegata, un ripiego professionale e sociale di non certo lusinghiera reputazione.
Eppure, a ben guardare e osservare la situazione lavorativa del nostro paese ci si accorge senza particolare difficoltà che i giovani (non più giovani), ancora alle prese con rognosissimi esami di procedura civile, di statistica o macroeconomia, finiscono per abbandonare gli studi, laurearsi troppo tardi o invecchiare “fuori corso”, alle spalle di genitori sempre più in difficoltà finanziaria, con il rischio incombente di una preoccupante disoccupazione all’orizzonte.
C’è da dire, peraltro, che la scuola italiana (istituti professionali in testa) non prepara adeguatamente i ragazzi all’impatto con il mondo del lavoro: troppa teoria, poca pratica, pochissimi contatti e affiancamenti con le imprese, ciò che rende inutilizzabili le nuove forze in ingresso per manifesta inadeguatezza alle mansioni richieste. Metodologie e strumenti obsoleti di insegnamento contribuiscono ad alimentare lo scollamento consolidatosi tra la scuola e il mercato, più che mai alla ricerca spasmodica di gente capace, addestrata, in grado di sostenere le sfide del cambiamento continuo nei processi di qualità di prodotto.
E proprio qui si gioca la partita vera.
L’Italia del boom economico anni ’60 aveva stupito il mondo per le sue creazioni artigianali in campo meccanico, tessile, dell’arredamento, grazie soprattutto all’apporto di mani sapienti, che ancora oggi tutti ricordano come elemento di distinzione.
Certo riproporsi in chiave attuale non è facile a causa della concorrenza globale di paesi ad alto tasso di crescita e basso costo del lavoro, “affamati” di ricchezza  e prosperità che nella benestante Europa e raffinatissima Italia vengono considerate definitivamente acquisite.
Oggi non è più così.
Tutt’altro, occorre proprio oggi produrre un nuovo sforzo nel progettare quella ripartenza che crei sviluppo e rinnovata ammirazione dei mercati, con tutte le componenti attive volte a convergere sull’obiettivo: scuola, imprese, banche.
In una parola, lo Stato.
Sempre più spesso ci si richiama ai valori della Costituzione, come fondanti e imprescindibili, nella direzione di un nuovo rinascimento: benissimo, tutti d’accordo, ma al bando tavole rotonde da vecchia politica o peggio trasmissioni televisive con sederi e veline protagonisti, false e decadenti rappresentazioni di un paese ormai allo sfascio: l’Italia così com’è non ce la fa più.

Che l’orgoglio prenda in mano la situazione e guidi la riscossa, dunque, a cominciare dalla ristabilita dignità di un lavoro da giardiniere, badante, autista, coltivatore! Ognuno a fare la propria parte e riaffermare quell’eccellenza tanto faticosamente guadagnata nel dopoguerra e negli anni del boom economico.
Il paese ha bisogno di tute blu (non c’è alternativa), qualificate, desiderose di affermazione personale e pronte a superare qualsiasi forma di pregiudizio sociale.
Di colletti bianchi ci sarà bisogno in seguito, come logica conseguenza della creazione di nuove imprese, di nuovi imprenditori e delle loro idee innovative.
Questo sapevamo fare e questo dobbiamo riprenderci.
L’Italia vera ha uomini e risorse per farcela!
Share

Impiegato: si, ma quale??

Impiegato: si fa presto a dire “impiegato”
Impiegato è uno dei termini più generici per un lavoro che, in realtà, ha tante differenti sfaccettature.
C’è l’impiegato che ricopre ruoli amministrativi, chi si occupa della gestione degli acquisti e del magazzino, chi della
fatturazione, chi segue lo sviluppo della filiera produttiva e chi della gestione degli agenti di commercio.
E ancora chi si occupa del front office, chi dello sviluppo della qualità, chi del commercio Italia, chi del commercio Estero,
chi delle spedizioni.
Per ciascuno di questi ruoli sono richieste differenti competenze.
Qualche piccolo consiglio per le Aziende che ricercano un impiegato:
è fondamentale nel testo dell’annuncio definire al meglio le specifiche richieste per tale ruolo. E’ importantissimo, per
ottenere un concreto e valido riscontro da parte dei candidati,  fornire le maggiori informazioni possibili in merito al
ruolo..un esempio “ricerchiamo un impiegato/impiegata  amministrativo con competenze fino a bilancio finito”
Quasi inutile specificare “con conoscenza del programma Pinco Palla”: i programmi personalizzati di gestione amministrativa, o di
fatturazione, o di gestione della clientela non sono di difficile comprensione..quello che è difficile è innestare il concetto di
“partita doppia” in chi non ha mai ricoperto un ruolo amministrativo, o impostare ex novo un crm dati..non imparare a usarlo!
Qualche piccolo consiglio per i candidati: il suggerimento è sempre quello di completare e dettagliare al meglio le competenze
nel proprio curriculum vitae.
impiegati
Impiegato: si fa presto a dire “impiegato”
Impiegato è uno dei termini più generici per un lavoro che, in realtà, ha tante differenti sfaccettature.
C’è l’impiegato che ricopre ruoli amministrativi, chi si occupa della gestione degli acquisti e del magazzino, chi della fatturazione, chi segue lo sviluppo della filiera produttiva e chi della gestione degli agenti di commercio.
E ancora chi si occupa del front office, chi dello sviluppo della qualità, chi del commercio Italia, chi del commercio Estero, chi delle spedizioni.
Per ciascuno di questi ruoli sono richieste differenti competenze.

Qualche piccolo consiglio per le Aziende che ricercano un impiegato:

è fondamentale nel testo dell’annuncio definire al meglio le specifiche richieste per tale ruolo. E’ importantissimo, per ottenere un concreto e valido riscontro da parte dei candidati,  fornire le maggiori informazioni possibili in merito al ruolo..un esempio “ricerchiamo un impiegato/impiegata  amministrativo con competenze fino a bilancio finito”
Quasi inutile specificare “con conoscenza del programma Pinco Palla”: i programmi personalizzati di gestione amministrativa, o di
fatturazione, o di gestione della clientela non sono di difficile comprensione..quello che è difficile è innestare il concetto di “partita doppia” in chi non ha mai ricoperto un ruolo amministrativo, o impostare ex novo un CRM dati..non imparare a usarlo!

Qualche piccolo consiglio per i candidati:

il suggerimento è sempre quello di completare e dettagliare al meglio le competenze nel proprio curriculum vitae e qui , in Facilelavoro, anche nel form.
Share

Assunzioni, password e facebook

facebook assunzioni e password

Leggevo questa mattina sull’interessante sito di web news, una notizia poco simpatica: pare che alcuni datori di lavoro richiedano al probabile futuro dipendente non solo l’amicizia su facebook, ma anche la password di accesso all’area personale,  per verificare al “meglio” la figura dell’eventuale neo assunto.
Vi auguriamo che questa spiecevole situazione non vi capiti mai…ma nel caso ci teniamo a ricordarvi che questa pratica è assolutamente illegale.

Il Garante della Privacy, in un suo interessante opuscolo pubblicato a suo tempo proprio perdiffondere la conoscenza dei  diritti e doveri in merito al trattamento dei dati personali delle persone iscritte nei social network, ricorda che la maggior parte dei social network presenti in rete ha sede all’estero: proprio per questo ultimo motivo non sempre si è tutelati dalle leggi italiane ed europee vigenti in questa materia e questo crea non poche difficoltà in caso di eventuali dispute legali.

Oltre al Garante della Privacy, in Italia lo Statuto dei lavoratori tutela la libertà e la dignità dei lavoratori, e li protegge quindi da ogni tipo di richiesta viola l’identità personale per creare discriminazioni.

E’ evidente, quindi, che una richiesta come quella segnalata da web news è totalmente illegale, ma, a scanso equivoci: cercate di utilizzare i social network non come un disperato diario personale o luogo nel quale lanciare strali contro persone ben identificabili (la tentazione a volte è forte, lo confesso..finalmente un luogo dove sfogarsi…eheh..ma non si fa): il rischio è  di incappare non solo nella violazione del decreto legislativo 196/2003…il richio è penale!
Leggevo questa mattina sull’interessante sito di web news, una notizia poco simpatica: pare che alcuni datori di lavoro richiedano al probabile futuro dipendente non solo l’amicizia su facebook, ma anche la password di accesso all’area personale,  per verificare al “meglio” la figura dell’eventuale neo assunto.
Vi auguriamo che questa spiecevole situazione non vi accada mai…ma, nel caso,  ci teniamo a ricordarvi che questa pratica è assolutamente illegale.
Il Garante della Privacy, in un suo interessante opuscolo pubblicato a suo tempo proprio per diffondere la conoscenza dei  diritti e doveri in merito al trattamento dei dati personali delle persone iscritte nei social network, ricorda che la maggior parte dei social network presenti in rete ha sede all’estero: proprio per questo ultimo motivo non sempre si è tutelati dalle leggi italiane ed europee vigenti in questa materia e questo crea non poche difficoltà in caso di eventuali dispute legali.
Oltre al Garante della Privacy, in Italia lo Statuto dei lavoratori tutela la libertà e la dignità dei lavoratori, e li protegge quindi da ogni tipo di richiesta che  vìoli l’identità personale al fine di creare discriminazioni.
E’ evidente, quindi, che una richiesta come quella segnalata da web news è totalmente illegale, ma, a scanso equivoci: cercate di utilizzare i social network non come un disperato diario personale o luogo nel quale lanciare strali contro persone ben identificabili (la tentazione a volte è forte, lo confesso..finalmente un luogo dove sfogarsi…eh eh..ma non si fa): il rischio è  di incappare non solo nella violazione del decreto legislativo 196/2003…ma del Codice Penale! Vi segnalo a questo proposito anche un articolo già inserito nel nostro blog: Social network, privacy e lavoro..un argomento delicato
Share

Burn out: fulminati in azienda

burn outIl problema:

Dall’inglese “corto circuito” il burn-out è una sindrome degenerativa che si manifesta con episodi di frustrazione per aspettative professionali deluse, mancata realizzazione di progetti, con conseguente perdita di compenso e riconoscimenti sociali.

Sempre più persone in Italia ne sono affetti e la tendenza è di continua crescita.
Nelle aziende, spesso, non viene adeguatamente riconosciuta l’importanza e il valore dell’apporto lavorativo fornito dal patrimonio delle risorse presenti, considerate per lo più “risorsa critica” rispetto al costo fisso da sostenere a carico dell’organizzazione.

Il personale è percepito come mera risorsa quantitativa e non come potenziale qualitativo da crescere e sviluppare incessantemente.

La conseguenza più frequente è che i soggetti maggiormente motivati e disponibili, che dedicano al lavoro tempo ed energia rilevanti, risultano vittime di questa patologia, specie in funzione del grado di adattamento personale alle mutate condizioni di gratificazione e mancato riconoscimento per il lavoro svolto. La ricaduta sul livello prestazionale porta inevitabilmente a forme di appiattimento motivazionale, diminuzione di impegno e sforzo lavorativo, assenteismo e chiusura personale.
Proprio a questo livello gli esperti hanno evidenziato incrementi preoccupanti di patologie quali ansia, insonnia, stanchezza cronica, depressione, dipendenza (psicofarmaci, alcool, droghe) e somatizzazioni (cefalee, gastriti, coliti), con ritorni negativi in azienda per deterioramento di clima aziendale, conflittualità,  turn-over occupazionale.
In tali situazioni, compito dei vertici aziendali è dare impulso alle attività di ricerca del benessere delle persone. E’ proprio dalla migliore conoscenza del “cliente interno” che può arrivare una risposta efficace al problema “burn-out”!
(continua – La soluzione possibile)

La soluzione possibile:

Passa dal cambiamento del modello lavorativo interno, la conoscenza e comprensione del cosiddetto “cliente interno” la possibile soluzione al problema: da gerarchizzato a responsabilizzato, attraverso il coinvolgimento e il riconoscimento di  merito e risultato, l’uomo ritorna al centro dell’attenzione.
Il dipendente responsabilizzato assume consapevolezza su ciò che può discrezionalmente modificare e ciò che non dipende da lui, in un percorso condiviso  verso posizioni innovative alla ricerca del miglioramento continuo e di un’autonomia decisionale che lo caratterizzi per scelte, concretezza di obiettivi, progettualità, pianificazione.
Il tutto in un contesto di trasparenza e confronto che soddisfi le reciproche aspettative delle parti: fattori quali

  • retribuzione,
  • incentivi per obiettivo,
  • condizioni lavorative ottimali,
  • realizzazione personale.

L’azienda organizza tutto ciò, con obiettivi di lungo termine e sostenibilità,  attraverso un’attenta e approfondita analisi dei bisogni formativi, dei piani di sviluppo aziendali e il sostegno al singolo nelle varie fasi di criticità rilevate in corso d’opera, anche in funzione dei rapporti con il gruppo e i vertici, che porti a più documenti condivisi sui punti fondamentali, quali:

  • gestione del processo di trasformazione delle figure coinvolte nel progetto;
  • armonizzazione delle politiche di formazione e addestramento del personale (esistenti e innovative);
  • definizione parametri per obiettivi quantificabili e credibili;
  • definizione compiti e mansioni;
  • ridefinizione della comunicazione interna;
  • gestione stress da lavoro correlato (pratica di sicurezza del lavoro) e ricerca miglioramento delle condizioni ambientali;
  • pianificazione feed-back periodici, confronto e sostegno tecnico/professionale.

Sfida difficile ma non impossibile, soprattutto necessaria per la valorizzazione delle risorse e la crescente selettività dei mercati globalizzati!

Paolo Mussi,  Studio Carlo e Augusto Mussi, Consulenti del Lavoro

Share

La ricerca di nuovi mercati

nuovi mercati

L’articolo 2082 del codice civile definisce l’imprenditore come colui che “esercita professionalmente una attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi”.
Di fatto la parola Imprenditore dal punto di vista etimologico deriva dal verbo “imprendere”, che significa intraprendere, incominciare, e sottende un certo rischio e difficoltà…una Impresa è una ..impresa.

Idee, innovazione, cambiamento e rischio sono parole chiave che ben rappresentano una Impresa: per usare un linguaggio web sono le keyword di ogni azienda.
Eppure nella realtà dei fatti riscontriamo nel contatto quotidiano con i clienti, uno scoramento che poco si addice a un vero imprenditore, comprendibilissimo intendiamoci viste le difficoltà del mercato e della liquidità, ma di sicuro un atteggiamento non imprenditoriale. Hanno perso la voglia di intraprendere nuovi percorsi o, peggio, non li vedono neppure, non li prendono in considerazione.

Cito da un interessante articolo di Paolo Galli, consulente aziendale per il settore del tessile – abbigliamento:
Se il mercato è cambiato, l’assetto strategico del mondo è cambiato e pure il modo di comunicare è cambiato, non è possibile che le cose continuino senza mutamenti. E’ una considerazione lapalissiana, che, tuttavia, viene ignorata dai tanti operatori del settore moda che negli ultimi tempi piangono, miseria, spaventati da un futuro quantomeno incerto.

Ecco il link all’intero articolo: http://www.paologalli.biz/

Share

La scomparsa di un artista

La scomparsa di un artista così grande come Lucio Dalla lascia sempre sconcertati: la morte fa parte della vita, ma certi artisti ci sembrano immortali, come che la morte non possa portarceli via.

Grazie Lucio per tutto quello che ci hai regalato, grazie per il tuo talento….e da emiliana come te mi permetto di dirti

LUCIO AT SALUTOM: AT VLOM BEIN!!!

Share

Lavoro e analisi del clima aziendale

analisi clima aziendale

L’analisi del clima aziendale - o di clima organizzativo - è una pratica da anni utilizzata dalle aziende che credono nel valore delle  risorse umane all’interno della loro struttura.

In effetti una corretta analisi del clima che vige in azienda è uno strumento utile all’imprenditore che desidera ottimizzare, motivare le risorse umane, migliorare l’organizzazione , valutare l’idoneità del personale in rapporto alla mansione ricoperta, valutare cambiamenti di mansioni, ruoli, attribuzione di nuove responsabilità, come pure è utile alle aziende che intendono intraprendere un percorso di certificazione  di qualità.

A cosa serve

a individuare i punti di forza dell’organizzazione e a comprendere come valorizzarli; a individuare le aree di criticita’ e a  programmare concrete azioni correttive; a orientare l’imprenditore nella valutazione di futuri inserimenti di forza lavoro; a  preparare l’intero team aziendale al cambiamento (nel caso, per esempio, di percorsi per ottenere certificazioni di qualita’, di una nuova tipologia di produzione richiesta dal
mercato, dell’introduzione di nuovi orari di lavoro,della soppressione di reparti o uffici interni e fornitura in “outsourcing”..eccetera)

Il “Clima aziendale” non rappresenta un concetto astratto o  il risultato implicito dei comportamenti  individuali, ma  una strategia aziendale per raggiungere gli obiettivi Direzionali, lavorando dall’interno su organizzazione e risorse umane.
Da qui l’importanza di tenere periodicamente monitorate le due variabili, organizzazione e risorse umane, attraverso una programmazione degli interventi del Consulente di Direzione, specialmente quando  fattori esterni all’azienda o una  temporanea  incongruenza degli  obiettivi,  rallentano i processi lavorativi o  inibiscono la capacita’ propositiva e di crescita dell’impresa.

Ma come si svolge il processo di esame del clima aziendale all’interno di una azienda?

Occorre analizzare ed interpretare l’organizzazione costituita da processi lavorativi e da dinamiche relazionali, al fine di favorire lo sviluppo manageriale dell’impresa e il confronto con le migliori aziende locali riconosciute come “leader” di settore (benchmarking).

Ecco un esempio di come uno specialista realizza il processo di analisi:

  • incontro approfondito con la Direzione della ditta
  • colloqui individuali strutturati con ogni membro dell’organizzazione.
  • oggetto del colloquio questi aspetti oggettivi:
  • competenze professionali   =  il Sapere
  • capacita’/abilita’ personali  =  il Saper fare
  • Orientamenti di carriera      =  il Saper essere e il Saper diventare
  • mansionario analitico  ricoperto ed  esperienze lavorative precedenti
  • attitudine e predisposizione personale in rapporto alla mansione svolta, potenzialita’ inespresse
  • aspetti di efficienza, di criticita’ e azioni correttive da programmare per ogni singolo reparto/ufficio
  • aspettative personali del candidato in relazione alla mansione svolta
  • comunicazione, relazioni interpersonali tra colleghi e superiori
  • sensibilita’ sociale, sentimento di equita’, coesione del gruppo
  • senso di appartenenza e identificazione aziendale

Il progetto si conclude con una relazione approfondita, che esamina le peculiarita’ relative a ogni singola divisione aziendale e  contiene un promemoria delle azioni correttive da programmare in corso d’anno.

Share

Lavoro, idee e nuove tecnologie

azioneparalizzati dalla neve
paralizzati dal terremoto
paralizzati dalla tecnologia
paralizzati dall’idea di cambiare lavoro e affrontarne uno nuovo
paralizzati dall’idea di adottare nuove tecnologie migliorative nel lavoro
paralizzati dall’idea di studiare nuove strade per la vendita
paralizzati dalla mancanza di liquidità:

siamo circondati da persone paralizzate!

Leggevo questa mattina un interessante articolo sull’abitudine che si sta diffondendo sempre più di utilizzare lo smartphone come “consigliere per gli acquisti”; con la connessione  internet è facile confrontare i prezzi, conoscere le  opinioni di persone che hanno già fruito di un servizio o di un prodotto, comparare prodotti-marche, tariffe e via discorrendo.
Come pure è una gioia, per i possessori di smartphone, entrare in locali che hanno la connessione wi-fi gratuita; grande forma di servizio e di pubblicità ( resta traccia del nome dell’esercizio commerciale sul telefonino)..
Francamente se devo scegliere dove  trascorrere un po’ del mio tempo in un bar o in una libreria…vado dove  c’è la connessione gratuita: si, vado li!
Basta paralisi: cambiamo tono!  Siamo creativi, formuliamo progetti diversi, anticipiamo i tempi o, se non riusciamo, almeno cavalchiamo l’onda!
Per esempio: perchè non dedicare una linea particolare di abbigliamento al solo acquisto online? Anni fa un sito che vendeva solo ed esclusivamente calzini ha fatto i dollari con l’e-commerce..senza preoccupazioni di non  incassare o di vendere scatole e carta e ricevere come pagamento pantaloni (anche questo è capitato proprio qui nella nostra città: siamo arrivati al baratto)
Cerchiamo nuove vie…. ma intanto, accidenti….liberiamole dalla neve che qui non si gira!!!!!!!!!!!!

Share

Santi Patroni..e lavoro

Che dire? Scherza coi fanti, ma lascia stare i Santi! Specialmente i Patroni!

La Presidenza del Consiglio dei Ministri non ha confermato in tempo utile (entro il 30 novembre 2011) la proposta di accorpare le festività, e in particolare la festa del Patrono di ogni città, in prossimità dei fine settimana, norma che negli intenti cercava di limitare i “ponti lunghi”.

Pertanto..che dire? Non possiamo far altro che unirci al maghetto Harry Potter nel gridare ” Expecto Patronum” (aspetto un protettore)…

Share